Monarchia o Repubblica? Il vero banco di prova è il rispetto della magistratura

Non vogliamo riaprire il dibattito sul referendum istituzionale del 2 giugno 1946 che sancì la nascita della Repubblica italiana. La scelta tra monarchia e repubblica appartiene alla nostra storia. Piuttosto, vogliamo osservare qualcosa di più attuale e concreto: il modo in cui chi guida uno Stato si rapporta a un altro potere fondamentale, la Magistratura, che per definizione deve essere autonoma e indipendente.

costituzione italiana
© Gazzetta Ufficiale

Il confronto è interessante perché mette a fuoco non tanto la forma istituzionale, quanto lo stile e la cultura costituzionale. Vediamo due esempi.

Di fronte alla sentenza che riconosceva un rimborso alla nave di una ONG, la Sea Watch, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha commentato con parole dure, ponendo interrogativi sul ruolo dei magistrati e parlando di una possibile “parte politicizzata” pronta a ostacolare l’azione del governo contro l’immigrazione illegale.

È legittimo, in una democrazia, che un capo di governo esprima dissenso verso una decisione giudiziaria. Il confronto tra poteri è fisiologico. Tuttavia, la Costituzione Italiana è chiara: la Magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere. L’equilibrio tra critica politica e rispetto istituzionale è sottile, ma fondamentale.

Quando il potere esecutivo insinua il dubbio che una parte della magistratura agisca per finalità politiche, il terreno diventa delicato. Non si tratta solo di una polemica contingente: è in gioco la percezione pubblica dell’indipendenza della giustizia.

Diverso il tono adottato dal Re del Regno Unito, Carlo III, in occasione delle vicende giudiziarie che hanno portato all’arresto del fratello Andrew. Il Sovrano ha espresso preoccupazione, ma ha ribadito con fermezza che la questione sarebbe stata affrontata dalle autorità competenti, attraverso un processo pieno, equo e corretto. Ha aggiunto che la legge deve fare il suo corso e che non sarebbe stato opportuno commentare ulteriormente.

Qui emerge la natura della monarchia costituzionale britannica: il Re non governa e non interviene nel dibattito politico. La sua forza sta proprio nella neutralità. In un sistema fondato su prassi e consuetudini più che su una costituzione scritta, il rispetto formale dei ruoli è essenziale per la stabilità.

In una repubblica parlamentare, il Presidente del Consiglio è un attore politico e parte integrante del confronto pubblico. In una monarchia costituzionale, il Re è, per definizione, super partes. Ma in entrambi i casi resta un principio irrinunciabile: la separazione dei poteri, teorizzata da Montesquieu, è il fondamento dello Stato di Diritto.

In Italia esistono contrappesi chiari: il Parlamento esercita il potere legislativo; la Magistratura è autonoma; la Corte Costituzionale vigila sulla conformità delle leggi alla Carta; il Consiglio Superiore della Magistratura tutela l’autogoverno dei giudici; il Presidente della Repubblica svolge una funzione di garanzia.

Il timore che attraversa ogni democrazia deriva proprio dalla possibile concentrazione del potere: un esecutivo che voglia legiferare senza il Parlamento, giudicare al posto della magistratura o ridimensionare i poteri di garanzia del Capo dello Stato altererebbe l’equilibrio costituzionale.

Il discrimine per la democrazia, allora, è tra cultura dello stare nei limiti o la tentazione dell’accentramento, tra rispetto sostanziale delle istituzioni o della loro delegittimazione.

Le democrazie non si misurano solo dalle norme scritte, ma dal comportamento di chi le rappresenta. Nei momenti di tensione si vede la solidità di un sistema: quando il potere accetta il controllo, quando riconosce l’autonomia degli altri organi dello Stato, quando afferma che la legge deve fare il suo corso, è lì che si comprende se una nazione difende davvero lo Stato di Diritto.

Ultimo aggiornamento: 20 Febbraio 2026 by Redazione

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Author: Redazione

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