Chi naviga nel Mediterraneo lo vede ogni estate: sempre più barche di proprietà italiana espongono bandiere straniere. Polacca, slovena, belga, francese. Nei porti turistici, nelle marine e nelle rade più frequentate capita sempre più spesso di vedere imbarcazioni acquistate da italiani ma registrate all’estero. Per qualcuno è una furbata. Per altri è semplicemente una scelta pratica. E in effetti la questione è molto meno scandalosa di quanto sembri.
La verità è che immatricolare la propria barca in un altro Paese dell’Unione Europea è perfettamente legale. Nel diritto marittimo conta soprattutto lo Stato di Bandiera, cioè il Paese in cui l’unità è registrata. È quello Stato a stabilire le regole tecniche, i controlli, le visite ispettive e le dotazioni di sicurezza. In teoria, quindi, una barca con bandiera polacca dovrebbe poter navigare in Italia seguendo le regole previste dalla Polonia, indipendentemente dal fatto che il proprietario sia italiano, spagnolo o tedesco.

Negli ultimi anni sempre più armatori italiani hanno deciso di registrare la propria imbarcazione all’estero. La motivazione non è quasi mai legata alla volontà di evitare controlli o aggirare le regole. Più spesso si tratta di una questione di semplicità. In molti Paesi europei l’immatricolazione è più rapida, i costi sono inferiori, la documentazione richiesta è minore e gran parte delle procedure può essere gestita online.
Per chi acquista una barca usata, cambia motore, aggiorna i documenti o vuole semplicemente ridurre i tempi burocratici, alcuni registri esteri risultano più pratici di quello italiano. C’è poi il tema dei costi: tasse, pratiche, visite, bolli e rinnovi possono incidere in modo significativo sul bilancio annuale di un diportista. Per questo molti proprietari vedono nella registrazione estera una soluzione più snella e più economica.
Negli ultimi mesi si è discusso molto di nuove norme che potrebbero imporre controlli aggiuntivi alle barche con bandiera estera ma di proprietà italiana. Il Senato ha approvato il disegno di legge “Valorizzazione della risorsa mare”, introducendo cambiamenti nella navigazione da diporto. È stato aggiunto l’art. 26-ter nel Codice della nautica, riguardante l’idoneità alla navigabilità nelle acque italiane delle unità da diporto fino a 24 metri battenti bandiera estera ma con proprietario italiano
Ed è qui che nasce il paradosso.
Immaginiamo due barche identiche, entrambe con bandiera polacca, ormeggiate nello stesso porto italiano. Una appartiene a un cittadino spagnolo, l’altra a un cittadino italiano. Secondo questa impostazione, la prima potrebbe continuare a navigare senza problemi, mentre la seconda potrebbe essere obbligata a presentare documenti aggiuntivi o addirittura a sottoporsi a una visita di sicurezza.
Ma ha davvero senso?
Se la documentazione rilasciata dal Paese di Bandiera è valida per tutti gli altri cittadini europei, dovrebbe esserlo anche per un italiano. Altrimenti si rischia di creare un doppio controllo che poco ha a che vedere con la sicurezza reale. In pratica, il rischio è che venga controllata non tanto la barca, quanto la nazionalità del proprietario.
Se ogni Paese europeo iniziasse a introdurre regole aggiuntive per le imbarcazioni registrate all’estero ma possedute da cittadini nazionali, si potrebbe arrivare a una situazione assurda. Un armatore italiano con barca registrata in Polonia potrebbe essere costretto a ottenere un certificato aggiuntivo per navigare in Italia. Poi magari un altro documento per la Francia, uno per la Croazia, uno per la Grecia e così via. In poco tempo ci si troverebbe a navigare con una cartella piena di certificati, visite e autorizzazioni differenti, pur avendo già una regolare immatricolazione europea.
Questo andrebbe contro il principio stesso del mercato unico e della libera circolazione all’interno dell’Unione Europea.
Chi va per mare sa bene che la sicurezza è una cosa seria.
Una barca deve essere mantenuta bene, avere dotazioni efficienti, motori affidabili e documenti in regola. Ma tutto questo non dipende dal colore della bandiera issata a poppa. Una barca mal tenuta resta pericolosa anche se è immatricolata in Italia. Allo stesso modo, una barca perfettamente mantenuta e certificata in un altro Paese europeo non diventa meno sicura solo perché il proprietario vive in Italia. La sicurezza reale dipende da controlli seri, da proprietari responsabili e da norme chiare.
C’è poi un altro aspetto che rende il dibattito ancora più curioso.
In Italia esistono i natanti: unità fino a 10 metri che non devono essere obbligatoriamente immatricolate. Questo significa che migliaia di barche possono circolare senza registrazione, senza controlli periodici e senza una vera tracciabilità pubblica. Molti natanti vengono venduti semplicemente con una scrittura privata. Alcuni cambiano proprietario più volte senza lasciare tracce chiare. Paradossalmente, un natante nuovo può valere decine di migliaia di euro ma, essendo considerato un bene mobile non registrato, può essere ceduto quasi come una bicicletta o uno scooter usato.
Questo sistema crea diversi problemi.
Da una parte è difficile conoscere il numero reale delle unità in circolazione. Dall’altra diventa complicato individuare i proprietari di barche abbandonate, affondate o lasciate inutilizzate nei cantieri e nei campi. Si tratta di un problema ambientale sempre più evidente, soprattutto nelle aree costiere e nei piccoli porti. Nel frattempo, però, il dibattito politico sembra concentrarsi soprattutto sulle imbarcazioni già registrate e controllate all’estero.
Per chi ama il mare, la libertà è parte fondamentale dell’esperienza. Navigare tra coste diverse, entrare in un porto straniero, cambiare Paese e attraversare frontiere senza ostacoli inutili è uno dei grandi privilegi della nautica europea. Per questo motivo servirebbero regole più semplici, più uniformi e più moderne. Più armonizzazione tra i registri europei, meno differenze burocratiche e maggiore riconoscimento reciproco dei controlli già effettuati.
Forse il vero obiettivo non dovrebbe essere ostacolare chi sceglie una bandiera estera, ma rendere il sistema italiano abbastanza efficiente da convincere i diportisti a restare. Perché quando tanti cittadini cercano altrove procedure più semplici, veloci ed economiche, il problema probabilmente non è la bandiera. È il sistema.
E’ in corso una raccolfa firme per una petizione contro l’art. 26-ter nel Codice della nautica, chiunque può firmare: petizione
Ultimo aggiornamento: 15 Aprile 2026 by Redazione




