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Assalto alla Moncada: il piano era buono ma…

Dopo il golpe del ’52, Cuba non reagisce. Solo la federazione degli studenti universitari continua le proteste, represse dal Generale Batista con la chiusura dell’ateneo dell’Avana. Il dittatore ha ottenuto pieno riconoscimento da parte degli Stati Uniti, ha sciolto il congresso e ha profanato la costituzione, sostituendola con uno statuto d’emergenza che gli garantisce pieni poteri, compreso quello di sospendere le elezioni.
Generale Fulgencio Batista, 1938
Generale Fulgencio Batista, 1938 – Harris & Ewing, Public domain, via Wikimedia Commons

Cuba è un’isola povera e prostituita, avamposto della mafia statunitense, che è libera di gestire il gioco d’azzardo, il traffico di droga e i bordelli dove vanno a divertirsi marines e i turisti americani con qualche soldo in tasca.

Il turismo fiorente e i crescenti capitali USA attirati sull’isola favoriscono un clima di prosperità artificiale; ma la vasta rete di corruzione, che investe politici e forze dell’ordine, la censura e la repressione, subita da tutti coloro che ritengono la dittatura illegale, fanno crescere il malcontento anche in quella parte di cubani che pure all’inizio aveva appoggiato il golpe di Batista.
Fidel Castro si convince che per eliminare Batista non c’è altra soluzione che un’azione armata. Ma per mettere in atto il suo piano ha bisogno di uomini che credano in lui e lo seguano sulla strada che porta alla rivoluzione. E non tarda a trovarli.

Quella notte del 26 luglio 1953 nella fattoria di Siboney ci sono 135 uomini e donne, selezionati tra i circa 1.200 aderenti su cui può contare il “Movimento” guidato da Fidel. Tra loro camionisti, impiegati, camerieri, agricoltori studenti, commercianti, liberi professionisti, venditori ambulanti, un tassista e un insegnante: in testa non hanno ideali ispirati al comunismo, ma in pancia covano un profondo odio nei confronti di chi ha ridotto Cuba ad uno squallido parco divertimenti ad uso e consumo degli statunitensi.

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Fidel Castro, 1959 – Foto di WikiImages da Pixabay

Sono tutti chiusi in gran segreto dentro una fattoria dipinta di bianco, la Granjita Siboney, presa in affitto qualche mese prima e trasformata in quella che doveva apparire un allevamento avicolo. Dentro le casse segnate dalla scritta “mangimi per polli” ci sono armi, munizioni e le uniformi rubate all’esercito di Batista. In un capannone a fianco sono state nascoste le auto, che serviranno a condurre i rivoltosi nel cuore di Santiago, alla caserma Moncada, la seconda più grande installazione militare di Cuba, dopo quella dell’Avana.Nessuno dei presenti, tranne i più vicini a Fidel, è ancora a conoscenza del piano. Pensano che si tratti di un’esercitazione organizzata lontano dalla capitale; d’altra parte, nei mesi scorsi i membri del Movimento si ritrovavano spesso insieme per un addestramento militare in aperta campagna, fingendosi sportivi dilettanti per non destare sospetti.

Come si erano finanziate le prime cellule dell’organizzazione? Castro aveva chiesto appoggio al partito ortodosso, ma non aveva ottenuto denaro; gli altri gruppi dell’opposizione o non credevano al combattimento armato e stavano prudentemente a guardare oppure si perdevano in mille discussioni interne.

Castro decide che i membri dell’organizzazione si sarebbero autofinanziati. Ognuno dona quel che ha: chi vende l’automobile, chi il frigorifero, qualcuno impegna la macchina fotografica, un altro ipoteca il suo laboratorio. Di riffa o di raffa si raccoglie il denaro necessario per affittare il luogo del raduno e comprare le armi: una vecchia mitragliatrice, qualche pistola e più che altro fucili da caccia, quasi inutili per combattere all’aperto ma che sarebbero andati bene per la breve distanza. Ma che non bastano nemmeno per tutti.

Fidel, che era partito dall’Avana con la copia del Manifesto del Moncada in tasca, arriva a Siboney e mentre vengono distribuite le armi annuncia il piano: “attaccheremo la caserma Moncada, sarà un attacco a sorpresa e non dovrà durare più di dieci minuti. L’operazione è pericolosa e tutti quelli che mi seguiranno dovranno farlo per libera scelta”.
Su 135 presenti, 131 si fanno avanti, 4 desistono.

Perché la Moncada? Il progetto era stato in realtà già elaborato da Guiteras nel 1932: è la seconda fortezza militare di Cuba, ma è a Santiago, quindi lontana dalla capitale da dove potrebbero arrivare i primi rinforzi; e poi i militari di Batista si aspettano piuttosto un attacco al Columbia, all’Avana, di certo non nella regione d’oriente.
Nella caserma c’è un’armeria ben fornita: il piano prevede che, prese le armi, i ribelli avrebbero occupato i distaccamenti di polizia e le emittenti radio, usandole per incitare il popolo all’insurrezione. Fidel Castro si aspetta di trovare una risposta pronta nella gente di Santiago, città historica y caliente: dalla provincia d’oriente sono partite tutte le insurrezioni che hanno poi deciso il destino dell’isola e Santiago, culla dell’indipendentismo storico, ha dato i natali a molti patrioti cubani, tra cui lo stesso Guillermo Moncada.
Infine, la città è circondata dai contrafforti meridionali della Sierra Maestra, quindi se l’impresa fallisse i ribelli avrebbero trovato facilmente rifugio nelle montagne e da qui dato vita alla guerriglia.

La caserma Moncada, 2003
La caserma Moncada, 2003, oggi trasformata in museo – Papanugue, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

Anche la data non era stata fissata a caso: il 26 luglio è domenica di carnevale a Santiago e Fidel conta sul fatto che i militari siano intontiti dalle ubriacature della sera precedente e che nessuno possa notare, nella confusione che regna in città, la presenza di facce nuove.
Era un buon piano, avrebbe detto Fidel molti anni dopo, ma…

L’operazione si rivela un completo fallimento. Le cose cominciano ad andare per il verso storto fin dall’inizio: il convoglio di auto parte da Siboney ma la due vetture che portavano il grosso delle armi sbagliano strada e non arrivano alla caserma.
Il gruppo guidato da Abel Santamaria entra nell’ospedale civile e quello con a capo Raul Castro occupa il palazzo di Giustizia e s’installa sul tetto, pronto a sparare sul cortile della caserma.
Davanti ai cancelli della Moncada gli uomini di Fidel, che devono immobilizzare le sentinelle e liberare l’entrata al resto del convoglio, si trovano alle spalle una pattuglia di ronda sbucata inaspettatamente da una strada laterale. Sfortuna o colpa proprio del carnevale?
Fidel e i suoi sparano prima del tempo e il fattore decisivo, ovvero l’effetto sorpresa, viene a mancare: lo scontro si svolge fuori dalla caserma e non all’interno, come doveva essere secondo i piani, e i soldati del Moncada hanno il tempo di prendere le armi e scaricare tutta la potenza di fuoco sugli assalitori, che sono in numero decisamente inferiore e oltretutto peggio equipaggiati. Fidel ordina la ritirata.
I ribelli uccisi durante il combattimento sono 70, 11 i militari morti e 22 i feriti, dirà più tardi il Generale Batista alla radio. Dopo si viene a sapere che i militanti caduti in battaglia sono 8, gli altri vengono catturati e torturati a morte, trenta soltanto durante la prima notte.
Fidel e una decina di uomini si incamminano verso la Sierra, tentando la risalita della Gran Piedra. Non hanno cibo né acqua e saranno catturati dopo qualche giorno. Ma la rivoluzione cubana è ormai cominciata.

 

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Author: Redazione

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